venerdì 10 aprile 2015

LEONE CAETANI, ORIENTALISTA E SIONISTA IL CROLLO DI UN MITO ALLA LUCE DELLA STORIA REALE CON NOTE SUL KREMMERZ E LE SUE PRATICHE. L'ORDINE DEI MAGHI.


LEONE CAETANI, ORIENTALISTA E SIONISTA 

IL CROLLO DI UN MITO ALLA LUCE DELLA STORIA REALE CON NOTE SUL KREMMERZ E LE SUE PRATICHE. L'ORDINE DEI MAGHI.

IO VEDO SOLLEVARSI NELL'ETERE LA CONTROINIZIAZIONE AMMANTATA DA INIZIAZIONE E TRASMESSA DA COLORO CHE SI PROFESSANO CREATORI DELLA RAZZA UMANA. IO VEDO CHE LE COSCIENZE SONO SCHIAVE E CHE LA MENTE SEGUE COME PECORE I PASTORI CHE LI PORTANO AL MACELLO INVECE DI PROTEGGERLI.
IO VEDO TUTTO E IL  MIO CUORE LANGUE.
MAI AVREI PENSATO UN GIORNO, IO, CHE ANELAVO A QUESTE CONOSCENZE...DI SCONFESSARLE AVENDO VISTO IN ESSE LA SCHIAVITU' PEGGIORE E SATANICA DI RAZZE E INTENTI CHE VOGLIONO SOLO IL MALE DELL'UOMO!
COME E' LONTANA LA VERITA' DA TUTTE LE PRATICHE E LE LEZIONI E I LIBRI E I GRADI RICEVUTI NELLA MIA VITA...L'UNICA COSA VERA CHE HO PROVATO E' QUANDO HO ACCESO IL FUOCO!
ALLORA LA NATURA MI HA PARLATO E HA TOLTO LA BENDA DAI MIEI OCCHI E IL MIO CUORE SI E' ACCESO LASCIANDO INDIETRO TUTTA L'ILLUSIONE CHE AVEVO ACCUMULATO NEGLI INNUMEREVOLI ANNI PASSATI A..." PRATICARE" PER FARE IN MODO CHE SENZA SAPERLO MI LEGASSI SEMPRE PIU' INVECE DI SVINCOLARMI E SLEGARMI PER VOLARE DONDE IO VENNI.
QUANTE NOZIONI, QUANTE PRATICHE, QUANTI LIBRI E QUANTI GRADI...RIPETO E RIPETO SEMPRE A ME STESSO....FINO A QUANDO TU...OH GRANDE DAMA...M'INSEGNASTI SOLO UNA COSA SEMPLICE E NATURALE: GUARDARTI!
AHIME' CHE IO ABBIA LA FORZA DI PROFESSARLO E PORTARLO A TERMINE IN QUANTO...SONO SOLO!

MRA


NON TORTUOSA E' LA VIA NE DIFFICILE E' IL PERCORRERLA...E' TORTUOSO IL PENSIERO CHE PENSA LO SIA E DIFFICILE  LA PRATICA DATA DA ANIME NERE, CHE NON HANNO A CUORE COLORO CHE CERCANO.
OH NATURA, TU DISVELI OGNI COSA A COLUI CHE OSSERVA E TI AMA CON TANTA PASSIONE.
TU TI DENUDI E TI DAI NEL TALAMO DELL'UNIONE!
NON LIBRI NE SCALE.
NE PAVIMENTI A SCACCHI O MANTELLI E GREMBIULI.
NE SPADE O BASTONI.
NE CORONE O MEDALGIE.
POSSONO RIVELARE L'ASSOLUTO SAPERE.

ROSAR

SE UN GIORNO RIUSCIRAI A VEDERE "OLTRE" QUELLO CHE I VARI ORDINI TI FANNO VEDERE E MOSTRANO...ALLORA SARAI LIBERO!

RICCARDO VILLANOVA

Alcuni anni fa il catalogo numero 35 della Libreria antiquaria Carmen Rosetta Gullà di Roma descriveva a p. 34, in corrispondenza del numero d'ordine 550, uno stampato che veniva classificato tra i libri e i documenti di "storia ebraica" e messo in vendita al prezzo di lire 350.000. La descrizione fornita dal catalogo era la seguente:
"Comitato della pro Israele (associaz. non israelitica). Per la ricostruzione della nazione ebraica in Palestina…. Manifestazione che sarà tenuta domenica 8 dicembre (manca l'anno ma dovrebbe essere verso il 1918-20) al teatro Nazionale di Roma; parlerà il senatore Ruffini, l'on. Arcà, l'on. Colonna di Cesarò, il prof. E. Sella, il rabbino Dante Lattes. Manifesto formato 98x70 in colore azzurrino con piccolo strappo senza mancanza sulla parte bassa. Nella parte bassa vi sono i nomi dei soci dell'associazione: Giovanni Amendola, Leone Caetani, Maffeo Pantaleoni, Paolo Revelli, Vittorio Cottafava, e molti altri. Molto raro".
Abbiamo riportato in maniera fedele e integrale il testo in cui viene descritto lo stampato in questione, perché, avendolo menzionato in una comunicazione inviata alla lista informatica di una sedicente "Schola", abbiamo ricevuto dal cialtrone che svolge le funzioni di "moderatore" la risposta che… tale manifesto potevamo benissimo averlo stampato noi.
Il cialtrone in oggetto era rimasto evidentemente imbarazzato dal fatto che tra i soci del Comitato "pro Israele" vi fosse anche il noto orientalista Leone Caetani, considerato da alcuni circoli occultisti come un "grande iniziato", esponente… della tradizione romana.
Don Leone Caetani, principe di Teano e duca di Sermoneta (1869-1935), nacque nella medesima famiglia che aveva dato alla Chiesa Bonifacio VIII. Sulla scia paterna (Onorato Caetani fu sindaco di Roma e deputato al parlamento), don Leone, democratico di "inconcussa fede liberale e parlamentare" (F. Gabrieli, La storiografia arabo-islamica in Italia, Napoli 1975, p. 61) occupò un seggio parlamentare dal 1909 al 1913. "Figlio non immemore del Risorgimento (…) ne sentì fortemente le istanze laiche ed anticlericali": così Francesco Gabrieli in un volumetto dedicato appunto "alla memoria di Leone Caetani" (op. cit., p. 50).
Strano laicismo però, quello del Caetani, che si fece annunciatore di una nuova religione: "E questa religione dell'avvenire non sarà altro se non la democrazia, intesa non già come semplice dottrina e sistema di politica bensì come affermazione e manifestazione dell'immanenza del divino nel corso perenne della vita dell'umanità". Così l'ideale "religioso" del Caetani viene riassunto dal suo amico ed estimatore Giorgio Levi della Vida, il quale non può fare a meno di notare il "vero e proprio messianismo" che animava il Maestro (G. Levi della Vida, Fantasmi ritrovati, Venezia 1966, p. 43). 
A redigere per l'Enciclopedia Italiana la voce Caetani, Leone fu proprio Giorgio Levi della Vida, che ne lodò "la copia dell'erudizione, l'acuta critica delle fonti, la novità e genialità della costruzione storica".

Levi della Vida era legato a Caetani da una comune formazione culturale, caratterizzata, dice il Gabrieli, dalla tendenza prevalente alla fine del secolo XIX, "imbevuto di positivismo e di ottimistica fiducia nel progresso umano" (op. cit., p. 50). Come il Levi, infatti, anche il Caetani "fu un figlio dell'età positivistica" (p. 56), sicché "alla canonica storia sacra delle origini dell'Islam, espressa dalla storiografia musulmana, egli oppose un atteggiamento radicalmente scettico e razionalistico" (ibidem), arrivando al punto di negare l'autenticità della sira, cioè della biografia tradizionale del Profeta. Non solo, ma, come scrive il Levi, Caetani "nega l'autenticità della maggior parte della tradizione sulla prima parte della vita di Maometto e svaluta l'efficacia dell'elemento religioso nelle conquiste arabe, nelle quali ravvisa un movimento spontaneo di migrazione" (Enciclopedia Italiana, s. v. Caetani, Leone). Tutto ciò in singolare coincidenza di vedute col gesuita belga Henri Lammens, "fin troppo radicale eversore della tradizione, il quale in parte subì l'influsso di Caetani e in parte ne ebbe su di lui" (G. Levi della Vida, Fantasmi ritrovati, Venezia 1966, p. 33).
Il Caetani fu dunque un vero e proprio pioniere della storiografia di impronta materialista, poiché "dietro gli asseriti motivi spirituali tende sempre a vederne degli altri d'ordine materiale" (Gabrieli, op. cit., p. 58). Ovvero, per dirla con Levi della Vida, "Caetani accolse in pieno e portò alle conseguenze estreme la critica radicale, (…) ravvisando nella rapida diffusione dell'Islam non già l'effetto dell'entusiasmo dei credenti bensì quello di forze economiche e sociali" (Fantasmi ritrovati, pp. 32-33). 
Ci piacerebbe proprio sapere in che modo la personalità dell'orientalista democratico e sionista possa conciliarsi con il grado di "grande iniziato" della Tradizione, attribuitogli da chi ha voluto vedere in lui l'"autorevole tramite" di "determinate influenze derivanti dall'antica tradizione romano-italica" (R. Del Ponte, Il movimento tradizionalista romano nel Novecento, Scandiano 1987, p. 26). 



L' "INIZIATO ROMANO"... CHE FINÍ AMERICANO!


E' stato recentemente "scoperto" l'impegno politico filosionista del principe Caetani ci è parso un fatto di qualche interesse, sicché abbiamo ritenuto doveroso metterne a parte quegli ambienti che, attribuendo al principe orientalista la qualifica di "iniziato pagano e romano", ne custodiscono piamente la memoria.
Avendo dunque appreso che, in un periodo immediatamente successivo alla Dichiarazione di Lord Balfour, anche il principe Caetani patrocinava la causa della "national home" in Palestina, Sandro Consolato si interroga opportunamente circa "il perché di certe posizioni filo-sioniste", ipotizzando una loro connessione con quelle "considerazioni geopolitiche sugli interessi italiani che, fino alla definitiva scelta pro-araba, furono poi dello stesso fascismo".
Tale ipotesi è più che legittima, poiché sembra che lo stesso Mussolini, prima della svolta filoaraba, nel corso di un colloquio con Nahoum Goldmann si fosse espresso in questi termini: "Ma voi dovete creare uno Stato Ebraico. Io sono sionista, io. L'ho già detto al dottor Weizmann. Voi dovete avere un vero Stato e non il ridicolo Focolare Nazionale che vi hanno offerto gli inglesi. Io vi aiuterò a creare uno Stato Ebraico" (1). Sia i contatti di Mussolini con Weizmann e Goldmann sia i rapporti più stretti con Jabotinsky e i sionisti revisionisti vengono spiegati da Renzo De Felice nel modo seguente: "il prosionismo di Mussolini del 1933-34 e in qualche misura ancora dei primi mesi del 1935, molto più che a porsi come mediatore tra ebrei e arabi e sostituire la propria egemonia a quella inglese in Palestina (ereditando tutte le difficoltà e gli oneri connessi), mirava - oltre che a guadagnarsi simpatie in Europa e in America, presentandosi come protettore degli ebrei (ma senza esporsi troppo per non pregiudicarsi quelle degli arabi) - ad accrescere la tensione in Palestina e, quindi, a creare - lo ripetiamo - ulteriori difficoltà all'Inghilterra in uno dei punti più nevralgici del suo impero" (2).
D'altronde in quel periodo perfino Reinhardt Heydrich distingueva gli ebrei in due categorie, i sionisti e i fautori dell'assimilazione, esprimendo la sua preferenza per i primi, perché "professano una concezione strettamente razziale e con l'emigrazione contribuiscono a edificare il loro proprio Stato ebraico (…) I nostri auguri e la nostra benevolenza ufficiale sono con loro" (3). E Alfred Rosenberg: "Il sionismo deve essere vigorosamente sostenuto, affinché ogni anno un contingente di Ebrei tedeschi venga trasferito in Palestina" (4).


Ancora verso la metà degli anni Trenta, dunque, la creazione di un'entità statale ebraica in Palestina veniva auspicata sia da coloro che giudicavano nociva per i propri paesi la presenza di massicce comunità ebraiche e quindi miravano alla "pulizia etnica", sia da chi, volendo combattere l'egemonia britannica, riteneva possibile praticare una politica mediterranea contemporaneamente filoebraica e filoaraba. Nel primo caso si trattava di posizioni nate dall'esasperazione; nel secondo, di un calcolo che voleva essere machiavellico, mentre era semplicemente miope e sbagliato. Un errore simile a quello di Mussolini, d'altronde, lo commetterà il Maresciallo Stalin, allorché favorirà la nascita dell'entità sionista in Palestina, nell'illusione di poterne fare una base filosovietica nel Mediterraneo e un alleato dell'URSS nella "guerra fredda" (5). 
Tornando al principe Caetani, quali furono le motivazioni che lo indussero a schierarsi a favore del progetto sionista? Non si trattava certamente di considerazioni legate a una sua posizione antibritannica, ché nelle vene dell'"iniziato pagano e romano", oltre al sangue slavo ereditato dalla nonna Callista Rzewuska, scorreva parecchio sangue inglese: inglese era sua madre e inglesi erano state la seconda e la terza moglie di suo nonno. Egli stesso ogni anno trascorreva alcuni mesi in Inghilterra.

Tanto meno Caetani apparteneva alla schiera di coloro i quali desideravano allontanare gli ebrei dall'Europa e vedevano nella presunta "soluzione" sionista l'unico modo per realizzare questo scopo. Egli infatti non manifestò mai, a quanto risulta, sentimenti antiebraici, al contrario. Il rapporto che mantenne con Giorgio Levi della Vida (uno dei trenta intellettuali ebrei che firmarono il manifesto antifascista di Croce) basterebbe a smentire ogni ipotesi di questo genere. A ciò si aggiunga un altro fatto: essendo massone, Caetani era legato da rapporti di fratellanza ai numerosi ebrei affiliati all'organizzazione liberomuratoria.
Il filosionismo del principe Caetani aveva dunque radici diverse da quello del barone Evola, che Sandro Consolato chiama in causa immaginandolo alla manifestazione filosionista della "Pro Israele" e riportandone un paio di dichiarazioni favorevoli all'insediamento degli ebrei in Palestina. Ora, se proprio si vuole giustificare il filosionismo di Caetani utilizzando quello che in termini evoliani si potrebbe chiamare "il peggior Evola", non è necessaria molta fatica: sarà sufficiente sfogliare le annate del "Secolo d'Italia", del "Borghese" o di testate della medesima risma e si troveranno, ahinoi, parecchi brani evoliani non molto diversi da quelli citati da Consolato. Per ovvie ragioni di buon gusto, ci limitiamo a riportare qui un solo esempio, costituito dal finale della recensione evoliana del libro di un candidato ebreo-americano alla presidenza degli USA, pubblicato in Italia dalle Edizioni del Borghese: "Purtroppo - scriveva Evola - le cose, dopo il declino dell'Europa, sono giunte ad un punto tale che senza una energica azione complessiva di risollevamento oggi siamo costretti a contare proprio sulla politica e sulle manovre del capitalismo americano, anzi perfino ebraico-americano, perché a tutt'ora esso è la sola potenza che avrebbe i mezzi per opporsi validamente al comunismo mondiale, se lo volesse sul serio" (6). Insomma, se citando l'Evola filosionista Sandro Consolato ha voluto fare ricorso al principium auctoritatis, dobbiamo dirgli che ha sbagliato, perché si è rivolto a un interlocutore, il sottoscritto, che all'Evola "politico" non riconosce nessuna autorità (7).
Don Leone Caetani, come abbiamo ricordato più sopra, era libero muratore; e proprio in tale affiliazione massonica potrebbe forse trovarsi la spiegazione della sua adesione al "Comitato della pro Israele", un organismo che tra i suoi promotori annoverava anche altri "fratelli", come ad esempio l'on. Colonna di Cesarò.
Ma l'appartenenza al Grande Oriente può spiegare un altro fatto, che è stato rievocato da Sandro Consolato - e, quasi contemporaneamente, da un collaboratore de "La Stampa" (8): l'opposizione dell'on. Caetani alla conquista italiana della Libia (9). Secondo lo storico ufficiale della massoneria italiana, la posizione del fratello Caetani, ostile a un'impresa coloniale che avrebbe contrapposto l'Italia alla Turchia, si spiegherebbe coi sentimenti di solidarietà che avrebbero legato Caetani ai massoni turchi, i quali all'epoca si trovavano al potere a Istanbul. "La rivolta e l'azione di governo dei 'Giovani Turchi' (…) avevano incontrato la simpatia e la solidarietà della Famiglia italiana per ragioni ideali e di calcolo politico. L'ascesa di un movimento europeizzante, là dove il fanatismo religioso e la barbarie militaresca avevano sempre ostacolato la penetrazione dei principi umanitari agitati dalla Massoneria, e la volontà di laicizzazione del paese mostrata dalla 'giovane' dirigenza del 'Vittorioso' Kemal Mustafà Hasretleri Pascià parevano iscrivere una insperata clamorosa vittoria nell'albo d'oro dei trionfi liberomuratori. (…) S'aggiungevano infine - e non solo per i Fratelli della penisola - prospettive molteplici e ancor quasi insondabili di influenze, relazioni, interventi, compartecipazioni e diretti controlli su imprese economiche, società finanziarie, gruppi industriali, a caccia delle colossali commesse della Sublime Porta, lanciata sulla via dell'ammodernamento infrastrutturale e del rinnovamento del proprio sistema di organizzazione civile e militare" (10).

Riconoscere che don Leone Caetani fu massone e filosionista non equivale, come pretenderebbe Sandro Consolato, a voler "semitizzare" un "iniziato pagano e romano" che "di sangue blu ed ariano ne aveva da vendere". Nessuno, crediamo, ha mai potuto pensare che il principe Leone Caetani, con tutto quel sangue inglese e polacco che gli scorreva nelle vene, fosse… un semita. Una cosa però è certa: il suo sangue doveva essere ormai esausto, se non guasto, a giudicare dal ritratto impietoso che del suo figlio maschio unigenito ci è stato lasciato da Giorgio Levi della Vida, il quale ebbe modo di rendersi conto che il rampollo di Don Leone "veniva su con qualche sintomo inquietante di non perfetto equilibrio psichico" (11). "Non saprei dire - scrive il devoto allievo del principe orientalista - quando la minorazione psichica del giovinetto si sia manifestata totale e irrimediabile: non l'ho più riveduto se non moltissimi anni più tardi (…), quando suo padre era morto da un pezzo ed era lui, Onorato VI, il duca di Sermoneta. O piuttosto ne era la caricatura, grottesca e tragica quasi fosse uscita dal delirio fantastico di un Bosch o di un Goya: la gigantesca statura paterna rattrappita e ingoffita dalle spalle incurvate e dal collo rientrante; il testone tozzo con una faccia color rosso acceso e due occhi bovini dove lo sguardo imbambolato era esagerato dallo spessore delle lenti da miope; il passo saltellante e il gesticolare scomposto di un burattino" (12).
Nella Columbia Britannica, dove andò a stabilirsi perché "sempre più insofferente dell'atmosfera calata sull'Italia dopo la marcia su Roma" (13), Don Leone preferì portare la figlia, che gli era stata data da una ballerina di varietà. Morì a Vancouver nel 1935, dopo aver barattato la cittadinanza italiana con quella canadese. Il bilancio della sua vita lo tracciò lui stesso, scrivendo al fido Levi della Vita (che nel 1939 se ne andrà in America anche lui): "Sono diventato quello che gl'inglesi chiamano un failure… non sono riuscito a nulla" (14).

1. Meir Michaelis, Mussolini e la questione ebraica, Comunità, Milano 1982, p. 84.
2. Renzo De Felice, Il fascismo e l'Oriente, Il Mulino, Bologna 1988, p. 310. 
3. Émmanuel Ratier, Les guerriers d'Israël, Facta, Paris 1995, p. 78.
4. Ibidem. 
5. Per quanto riguarda il dibattito sul sionismo che animò gli ambienti nazionalisti e filofascisti europei negli anni Trenta, rinviamo al nostro saggio introduttivo in: Herman de Vries de Heekelingen, Israele. Il suo passato, il suo avvenire, Effepi, Genova 2004. 
6. Julius Evola, Barry Goldwater. Il vero conservatore, "Il Secolo d'Italia", 24 giugno 1964; ora in: Julius Evola, Il Secolo d'Italia (1952-1964), Fondazione Julius Evola, Roma 2001, p. 116.
7. Alcune riserve sull'Evola "politico" abbiamo avuto modo di manifestarle in un articolo piuttosto recente (C. Mutti, Evola e Nasser, "Rinascita", 21 settembre 2004).
8. Giorgio Boatti, Il principe orientalista disse no al colonialismo, "La Stampa", 13 novembre 2004.
9. Il discorso pronunciato alla Camera dal deputato democostituzionale Leone Caetani è stato recentemente pubblicato in: Leone Caetani, Islam e Cristianesimo, Rubbettino, Soveria Mannelli 2002, pp. 101-108.
10. Aldo Alessandro Mola, Storia della Massoneria italiana dall'Unità alla Repubblica, Bompiani, Milano 1976, pp. 286-287.
11. Giorgio Levi della Vida, Fantasmi ritrovati, Neri Pozza, Venezia 1966, p. 56.
12. Giorgio Levi della Vida, op. cit., pp. 56-57. 
13. Giorgio Boatti, art. cit.
14. Giorgio Levi della Vida, op. cit., p. 68.




L'ORDINE DEI MAGHI

La qualifica di "iniziato pagano e romano" da taluni attribuita a don Leone Caetani, argomenta Sandro Consolato, è pienamente giustificata dal fatto che del principe orientalista esiste una "vita segreta", i cui testimoni sarebbero il barone Ricciardo Ricciardelli alias Marco Daffi e Ciro Formisano, alias Kremmerz, il Mago di Portici. Questo dovrebbe bastare, dice Consolato, perché il Mago di Portici "fu uno dei veri Iniziati dei tempi moderni". Quindi, conclude Consolato, non si dovrà tenere "alcun conto di eventuali obiezioni, fatte da Mutti o da altri, riguardo al valore iniziatico dell'Ordine al quale appartennero Kremmerz e, stando a certe voci, Caetani", per il semplice fatto che… "tali obiezioni non avrebbero alcun valore".
Insomma, "è così, perché è così". Davanti a una logica tanto stringente e convincente, ci asterremo da qualunque obiezione. Ci sarà consentito, tuttavia, sollevare qualche dubbio circa la serietà dei testimoni. 
Quanto al barone Ricciardelli, se è vero che "Kremmerz (…) considerava bizzarri certi suoi atteggiamenti e dottrine" (1), non gli si può dare certamente torto. Bizzarro (ed è un eufemismo) il barone venne considerato dai suoi stessi familiari, i quali chiesero ed ottennero che un tribunale lo interdicesse in quanto affetto da gravissime turbe mentali. D'altronde, a mostrare la bizzarria del personaggio sarebbe sufficiente la sua prosa, di cui forniamo qui di seguito un sintetico ma significativo campionario. "Dal punto di vista filosofale, un passaggio avatarico implica l'astrazione dal turbinio della materia, e cioè della Matrice e la sostituzione di un atto volontario ad un fatto naturale in cui vi è, sì un germe di volontà, ma che prevalentemente è determinato da un impulso vitale istintivo e da un condizionamento karmico combinatosi nello stato di quiescenza animica della monade disincarnata o secondo stadio del post-mortem" (2). "Si può considerare che l'oggettivazione di un responso costituisca un risparmio di energia mentale nei confronti della divinazione pura, vera e propria, in quanto non costringe, almeno nella prima fase, il medium allo sdoppiamento attivo-passivo; ed anche nella seconda è certo che la figurazione guida il medium con risparmio di sforzo, come pure nella quarta fase in quanto quel che egli riceve o crede di ricevere deve essere proiettato ed armonizzato con la figura obiettiva della mantica" (3).
Il Mago di Portici non poteva non giudicare alquanto strampalato il Mago di Genova. Ma da quale pulpito proveniva tale giudizio! Per farsi un'idea di quest'altro personaggio ("uno dei veri Iniziati dei tempi moderni", dice Consolato), basterebbe dare un'occhiata alle sue originali ricette, che insegnano a preparare miracolosi intrugli ("fermenti") a base di sangue mestruale e sperma. Ma vogliamo risparmiare al lettore i disgustosi particolari concernenti le pratiche operative della sua "Scuola". 
Chi crede che dai frutti si possa giudicare l'albero, non stupirà nell'apprendere come anche il figlio di Kremmerz andasse ad infoltire la schiera di deficienti che ha fatto corona a simili "grandi iniziati". In un documento interno degli ambienti kremmerziani si legge infatti che "il figlio Michele dava preoccupanti segni di squilibrio mentale" (4), sicché venne internato in un manicomio. Colpa sua, si disse nell'ambito della "Scuola", dove "la malattia veniva attribuita ad un'operazione magica tentata dal giovane all'insaputa del Padre (la maiuscola è ovviamente nel testo, n.d.r.), operazione che sortì esito sfavorevole" (5).
Dal "Padre" di Michele torniamo al "Padre" di Onorato. Sandro Consolato ci accusa di aver fatto un "uso (…) alquanto disinvolto" della Storia della Massoneria italiana di A. A. Mola, in quanto sulla base di questo testo abbiamo affermato che don Leone era massone, mentre, dice Consolato, don Leone non viene affatto citato tra i massoni. Ci dispiace di dover insistere e di dover invitare Consolato a una maggiore cautela; ma se egli andrà a leggere attentamente alla p. 286 dell'edizione del 1976 (1976, non 1986!), vi troverà il seguente chiarissimo sintagma: "il Fratello on. Leone Caetani". È solo nell'edizione del 2001 (cui fa riferimento Consolato) che "il Fratello on. Leone Caetani" è stato sostituito con "l'insigne arabista e orientalista Leone Caetani".
Che il Fratello Caetani fosse in relazione con le logge dei dönme (dönme, non dunmeh) di Salonicco, non è cosa strana; e i fatti che a Consolato si presentano come contraddittori (in particolare l'alleanza dei Giovani Turchi con gl'Imperi centrali) non contrastano affatto con quella che egli cerca di liquidare come "vulgata del guerrocultismo (sic)". Anzi, siccome Consolato ci richiede una spiegazione in proposito, lo rinviamo sia ad un nostro scritto precedente relativo all'ambiente turco in cui operò Rudolf von Sebottendorff (6) sia al saggio di Martin Schwarz su dönme e Giovani Turchi apparso recentemente su "Eurasia" (7). 

(1) Massimo Introvigne, Il cappello del mago, Sugarco, Milano 1990, p. 306.
(2) Marco Daffi, Gli avatars (sic, n.d.r.) spirituali, "Kemi-Hathor", 34, giugno 1988, p. 31.
(3) Marco Daffi, Introduzione alle mantiche, "Kemi-Hathor", 37, dicembre 1988, p. 34.
(4) Anonimo, Il mito del Kremmerz (fotocopia di un dattiloscritto in 69 pp. Riproducente un testo manoscritto non firmato e non datato, redatto negli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale), p. 14.
(5) Il mito del Kremmerz, cit., p. 15.
(6) C. Mutti, Introduzione a. Rudolf von Sebottendorff, La pratica operativa della antica massoneria turca, Arktos, Carmagnola 1995, pp. 9-18.
(7) M. Schwarz, L'eredità di Sabbetay Sevi, "Eurasia", a. I, n. 1, pp. 109-118.