giovedì 3 settembre 2015

Conte di Gabalì


Conte di Gabalì

       

L'ALCHIMIA CHE IO CONOSCO E TRASMETTO...SCONOSCIUTA...E IL PERCHE' PORTO PROBLEMI...
MRA

Un principe alchimista della Napoli borbonica, mentre conduceva misteriosi esperimenti sulla radioattività, divulgava in Italia i racconti dei cabalisti seicenteschi su enigmatiche esperienze di “rapimento alieno” avvenute in Francia in epoca carolingia.


Nel 1749 a Napoli, o forse altrove, due nobiluomini destinati entrambi a divenire leggende si incontrarono per parlare di scienza, di magia e di enigmatici documenti.
Del primo, conosciuto come conte di Saint Germain, le origini e gran parte della vita sono avvolti nel mistero. Pare fosse originario della Transilvania, ma poteva essere francese o italiano; detentore di strane sapienze e, sembra, di strani poteri, la sua fama di alchimista, profeta, taumaturgo, chimico e raffinato musicista avrebbe ben presto brillato alla corte di Luigi XV e percorso l’Europa insieme al mito della sua età pluricentenaria. Il secondo, meno evanescente ma ugualmente misterioso, era una tra le più eminenti figure culturali e politiche dell’Italia borbonica: il principe partenopeo Raimondo de Sangro di Sansevero, medico, letterato, inventore, alchimista, mago, nonché Gran Maestro della Massoneria Napoletana.
                                         

L’episodio viene descritto in una lettera inviata da Sansevero nel novembre 1753 al barone Henri Theodor de Tschudy (1724-1769), fondatore e animatore di un interessante Rito massonico noto come la Stella Fiammeggiante. La lettera è stata ritrovata nella prima metà dei nostri anni ’80 nell’archivio di famiglia del poeta e massone napoletano Francesco Gaeta (1879-1927), i cui eredi l’hanno messa a disposizione della giornalista Clara Miccinelli e di altri studiosi che, a quanto pare, ne hanno accertato l’autenticità. Nella parte finale del testo, scritto in linguaggio cifrato secondo codici rosicruciani che hanno richiesto faticose decrittazioni, de Sangro fa esplicito riferimento ai suoi contatti con il “conte immortale”. Nel corso dell’incontro il principe mostrò a Saint Germain, suo confratello negli Alti Gradi dell’iniziazione massonica, oltre che negli studi alchemici, sostanze dalle misteriose proprietà che si era procurato per mediazione di Federico di Prussia, anch’egli coinvolto negli studi ermetici. Il principe le descrive come “cristalline, luminescenti al buio, di color di pece e olive ... Esse procurarono la morte di farfalle chiuse in ampolle con coverchi forati. Infrapponendo lastra di Piombo tra ampolle e sostanze, le farfalle non morirono. Saturno bloccava raggio e effluvio mortali. Il fenomeno è al pari di raggio-attivo, simile a quello che osservasi nel Sole.” Una descrizione sorprendentemente “moderna” di ardite manipolazioni forse su minerali di pechblenda, una sostanza radioattiva contenente uranio e radio, dai cui depositi naturali, largamente presenti in Boemia, ai confini con la Prussia, furono estratti i campioni grezzi utilizzati dai coniugi Curie più di cent’anni dopo, nel 1898, per isolare il radio.
Un’ulteriore conferma sul fatto che de Sangro manipolasse la radioattività e studiasse la natura metabiologica del sangue, nonché la possibilità di utilizzare queste nuove energie per alterare gli stati di coscienza, ci proviene da altri suoi documenti — anch’essi ritenuti autentici da numerosi esperti, fra cui l’amico professor Paolo Aldo Rossi dell’Università di Genova — ritrovati dalla stessa Miccinelli e dai suoi collaboratori in seguito a una serie di incredibili coincidenze e di pericolose esplorazioni nel sottosuolo di Napoli. 
                                     

In una delle pergamene Sansevero racconta di aver ottenuto una “polvere violacea” emanante “energia sconosciuta e veemente. Quantevolte la tocco, tremito m’assale interiore. Sono in un altro stato di Coscienza. Un solo granello di senape di Saturno contiene energia di Mutazione Totale.” Cosa intendeva con quest’espressione? E cosa lo spinse, inoltre, a costruire le sue celebri macchine anatomiche, scheletri umani lavorati con spago, fil di ferro e cera d’api, utilizzabili come modelli di studio sulla circolazione arteriosa e venosa, oggi esposti nei sotterranei della sua celebre cappella gentilizia e descritti dalla leggenda popolare come i resti di due servitori pietrificati dal “principe-stregone”?
Né va dimenticato che dalla Loggia di Sansevero e di Tschudy derivarono le loro tecniche di “rigenerazione” metabiologica sia Cagliostro (1743?-1795) con la sua Massoneria Egiziana, sia i misteriosi Maestri Osiridei del magista terapeutico napoletano Giuliano Kremmerz (1861-1930). Carattere precipuo di queste Tradizioni, tutt’oggi praticate all’interno di alcune moderne Fraternità Ermetiche, è di ricercare modalità di rapporto con altre dimensioni (spesso personificate con Esseri Angelici o Demonici), da cui sviluppare salti di coscienza e poteri molte volte connessi a un uso magico e trasmutatorio della sessualità.
“Allorquando ebbi incontro con Supremo Fr. S. Germain per Gabalì” — scrive Sansevero a de Tschudy nella sua lettera cifrata — “a lui mostrai la scoperta di quelle sostanze”. Forse, dunque, i due confratelli si erano incontrati anche per vagliare l’eventualità di pubblicare in Italia una fra le più intriganti opere a sfondo magico-kabbalistico circolate in Europa: Il conte di Gabalì, ovvero conversazioni sulle scienze secrete, pubblicata a Parigi nel 1670 a firma dell’abate Nicolas P.H. di Montfaucon de Villars, erudito eretico e libertino, scacciato dalla Chiesa, assassinato nei pressi di Lione in circostanze misteriose e sepolto a Limoux, non lontano da quel sito francese sovraccarico di misteri che è Rennes Le Château. Il libro, in bilico fra satira, romanzo fantastico e opera mistico-esoterica d’intonazione rosicruciana, descrive i dialoghi fra l’autore e un immaginario cabalista tedesco, il “conte di Gabalì”, venuto in Francia per istruire gli Aspiranti alla Saggezza sulle scienze ermetiche e sui mezzi per stabilire rapporti con gli “spiriti elementali”. Già Paracelso (1493-1541) aveva dissertato nel suo Liber de Nimphis su Gnomi, Ondine, Salamandre e Silfidi, abitatori secreti dei quattro elementi e sulle tecniche magiche per conoscerli; nel Gabalì la trattazione assume però caratteri di maggiore concretezza e viene teorizzata una prassi di erotismo magico come forma privilegiata di rapporto con queste Entità, atta anche a produrre forme ibride tra noi e “loro”. E con un tono anticipatorio da brivido per chi sia informato sugli attuali, inesplicabili “rapimenti” (abduction) a opera delle Entità connesse al fenomeno UFO, interessate a quanto pare a connubi genetico-sessuali con soggetti umani, l’opera narra che in Francia “durante il regno del vostro Pipino ... si vedevano nell’aria queste meravigliose creature in forma umana ... oppure su navi aeree di una mirabile struttura, la cui flotta volante navigava secondo gli zefiri ... 
                                               

Il popolo credette subito che fossero stregoni che si erano impossessati dell’aria per suscitare tempeste e far grandinare sulle messi ... I Silfi, vedendo che il popolo, i pedanti e persino le teste coronate si erano messi così sulla difensiva contro di loro, per disperdere la cattiva opinione che si aveva della loro flotta innocente risolsero di rapire uomini di ogni parte, di mostrare le loro belle donne, la loro repubblica e il loro governo, e poi di rimetterli a terra in vari luoghi del mondo ... e avvenne che un giorno, tra gli altri, a Lione si videro scendere dalle navi aeree tre uomini e una donna; tutta la città si raduna là intorno, grida che sono maghi e che Grimoaldo, duca di Benevento, nemico di Carlo Magno, li manda per rovinare le messi della Francia. I quattro innocenti hanno un bel dire, per difendersi, che sono dello stesso paese, che sono stati rapiti da poco da uomini prodigiosi che hanno mostrato loro meraviglie inaudite e li hanno pregati di riferirle. Il popolo ... stava per gettarli nel fuoco”, quando Agobardo, vescovo di Lione, dichiarò che l’intera storia era impossibile e così furono graziati. L’opera fu messa all’indice dalla Chiesa già nel 1712 e quando de Sangro dopo l’incontro con Saint Germain la tradusse e ristampò a Napoli nel 1751 scatenò le ire dei gesuiti e venne scomunicato.
                      

Restano ignoti scopi e fonti del Gabalì e di opere come La Chiave del Gabinetto, che l’alchimista milanese Giuseppe F. Borri pubblicò a Colonia nello stesso periodo di Mountfaucon, così simile al Gabalì da sembrarne una parafrasi e da far supporre ad alcuni studiosi, tra cui la Miccinelli, che gli autori avessero concordato di pubblicare in due versioni lo stesso materiale. E, se i documenti di de Sangro sono effettivamente autentici, resta inquietante il fatto che una sorta di abduction di epoca carolingia venga descritta in testi di magia sessuale di cabalisti del Seicento e diffusa da un magista borbonico interessato a radioattività e a mutazioni psicofisiologiche, le cui ricerche hanno originato una tradizione, ancor oggi vivente, di alchimia rigenerativa.

TUTTO CIO' IO TRASMETTO
MRA