lunedì 21 settembre 2015

Magia Trasmutatoria ed Alchimia

Magia Trasmutatoria ed Alchimia






Forse può essere chiarificatore dire qualcosa sul fuoco. Gli alchimisti ammettono la possibilità di due vie, una corta e facile, chiamata via secca, l’altra lunga e ingrata, chiamata via umida. Pochi autori, tuttavia, parlano della via secca, dirompente ed eversiva, ( LA MIA...QUELLA CHE INSEGNO DA SEMPRE E CHE MI HA PORTATO ALLE CRITICHE DEI BENPENSANTI MA ANCHE ALLA MIA...LIBERAZIONE...) in cui il regime del fuoco viene subitaneamente portato ai massimi gradi. Nella via umida, invece, i processi avvengono con gradualità, e il regime del fuoco deve essere accorto e sensibile. Il lavoro di donne e il gioco di bambini alludono a una cottura delicata e regolare. La cottura lineare e continua è rappresentata talora con la doppia rotazione della stessa ruota, talaltra con due ruote sovrapposte. Per gli alchimisti esistono un fuoco esterno e un fuoco interno, perché, oltre al calore che è necessario applicare dall’esterno per la liquefazione della Pietra, occorre un secondo agente, detto fuoco segreto o filosofico o fuoco di ruota, in quanto fa girare la ruota e provoca i diversi fenomeni che l’artista osserva nel suo vaso.
Il motivo dei due fuochi può essere compreso alla luce di un passo delle Upanishad indiane:
Esso (l’ atman, lo spirito individuale) si presenta, invero, come una duplice entità: da una parte lo spirito vitale (prana) e dall’altra il Sole (aditya), che si manifesta come giorno e come notte. Il Sole – lassù – è lo Spirito Esteriore (esteriorizzato), il prana – quaggiù – è quello interiore (interiorizzato) ed è perciò che si dice che il moto dello spirito interiore si lascia inferire dal moto dello spirito esteriore (Maitri-Upanishad, in Filippani Ronconi P., 1974).
Il fuoco esterno può essere identificato coi campi energetici del Sole, della Luna e dei pianeti, e più in generale con le influenze elettromagnetiche cui siamo oggetti a partire da tutto il cosmo; il fuoco interno col corrispondente o coi corrispondenti elementi della psiche individuale, che entrano in risonanza con le energie cosmiche e sono i tramiti della partecipazione dell’uomo ai movimenti dell’universo. Le formazioni ruotanti richiamano i centri energetici, i chakra, che regolano l’organizzazione e la vita della sostanza sottile di cui è intessuto il nostro organismo. La loro rotazione, ovvero la loro attività, può andare in due versi. Una, quella naturale, è di servire ai meri bisogni biologici di sopravvivenza dell’individuo e della specie, per cui sono stati creati. L’altra, è l’opus contra naturam del lavoro su se stessi. Il fuoco esterno accende il fuoco interno dello Zolfo che, dice Fulcanelli, è l’agente di tutte le trasmutazioni, è lo sperma incombustibile, che sussiste e si può ritrovare inalterato perfino nelle ceneri dei metalli calcinati. I filosofi ritengono che le qualità refrattarie dello Zolfo e la sua resistenza al fuoco non possono appartenere che al Fuoco stesso come elemento e a qualche spirito di natura ignea. In greco, zolfo si dice theion, la cui radice è theios, divino, meraviglioso, soprannaturale, da theòs, dio. To theion esprime non solo la divinità, ma anche l’aspetto magico, straordinario di una cosa. Ora, lo Zolfo filosofico, considerato come il dio e l’animatore della grande opera, è tale per la sua energia formatrice, che lo rende paragonabile allo spirito divino. Il Mercurio, solvente universale, ha il compito di animare e mobilizzare il nucleo interno soprasensibile, l’anima incombustibile, inalterabile, imperitura dei metalli e dell’artifex.
Fulcanelli, riprendendo Limojon di Saint-Didier, dice di cercare lo Zolfo nel tronco morto dei metalli volgari, per ottenere quel fuoco naturale che è la chiave principale del lavoro alchemico:
“Il fuoco naturale è un fuoco in potenza, che non brucia le mani, ma che dimostra la sua efficacia se è appena eccitato dal fuoco esterno” (1965, p. 98).
L’opus vero si compie dentro il corpo, dove sono si ritrovano commisti l’anima e lo spirito, che vanno estratti, cioè separati. Lo spirito, il principio individuativo imperituro, va separato dall’anima, l’attività intellettivo-emozionale, e poi riunificato alle singole facoltà nel frattempo depurate. Ciò si vede nell’immagine del martirio dei metalli tratta dallo Splendor Solis di Trismosin, dove un truce uomo d’armi ha fatto a pezzi un corpo, conservandone però la testa dorata. L’uccisione è fatta allo scopo di separare il puro dall’impuro, estrarre la vitalità e individuare le parti, mantenendo fermo il principio indissolubile, cioè lo spirito. E’ come dire che il principio immortale va separato dalle facoltà deteriorabili e impermanenti cui si lega nel processo incarnativo, e ricondotto, in uno stato di autoconsapevolezza, ad essere spettatore della stessa esistenza dell’individuo in cui è incarnato. In alcune immagini alchemiche, come le figure del Mutus Liber, alle procedure della lavorazione che si attuano in un piano più basso della realtà, quello strettamente materiale, si sovrappongono delle operazioni parallele sul piano superiore, dove avviene il contatto con le forze trascendenti e le qualità della luce. Il potere trasmutativo del Lapis Philosophorum si ottiene dalla distillazione della quintessenza, del principio formativo che persiste inalterato dopo le procedure per isolarlo ed esaltarlo. Fac volatile fixum et fixum volatile: la procedura è pericolosa e non è per tutti. Bisogna eccitare le passioni, e portarle a un punto tale che esse non si esauriscano a un banale soddisfacimento del desiderio, ma sublimino ad un altro piano dell’essere.
Perchè si possa esercitare l’Opera trasmutativa bisogna considerare la prima materia e il chaos degli elementi non qualcosa di esterno all’uomo ma qualcosa di interno. Interno eppur non visibile, dunque sottile… Attraverso uno studio della letteratura alchemica in lingua sanscrita, White (1996) ha dimostrato che nell’Induismo esistono tre approcci complementari che mirano alla trasformazione del corpo umano di carne e sangue in un corpo aureo (svarna), adamantino (vajra) o perfezionato (siddha): il tantra yoga, lo hatha yoga e l’Alchimia. La tradizione medica ayurvedica considera il rasa il principio vitale fluidico, il fluido metallico del mercurio, ma anche la ierofania minerale dello sperma di Siva; come tale, il rasayana è la terapia dell’elisir, o di ringiovanimento, la rigenerazione o la ricostituzione del corpo per attuare, mediante il rinnovamento dei fluidi vitali corporei (rasa), una condizione giovanile di salute e virilità. In alchimia, il rasa in questione è il mercurio, che va a sotituirsi ai fluidi corporei umani per produrre la trasmutazione. Questi approcci sono complementari in quanto basati sull’idea della corrispondenza tra fluidi vitali (rasa) divini ed umani; la perfezione raggiunta si manifesta nei tre registri dei poteri soprannaturali (siddhi), dell’immortalità corporea (jivanmukti), della teandria e dell’apoteosi quale accesso alle sfere superiori dei Siddha (Perfetti) sovrumani. Certamente, la via erotico-mistica dei kapalika (dei praticanti tantrici), che indulgevano ad esperienze estreme, come fornicare con donne mestruate, yogini, giovinette Siddha (Perfette) e perfino dee, consumare sostanze stupefacenti (definite “di potere”), fare accoppiamenti di gruppo, in ogni caso dedicarsi ada atti sessuali liberi dai condizionamenti di casta, e poi consumare carne umana nei campi di cremazione, adorare l’organo sessuale femminile ed uccidere i brahamani (sacerdoti) sono ben diverse dal rigoroso ascetismo e dalle pratiche di purificazione e di tirocinio dell’hatha-yoga, e a loro volta dalle complicate procedure alchemiche.
Tuttavia uno stesso principio sembra sottintendere all’unione di Zolfo e Mercurio come all’accoppiamento rituale in cui il tantrika beve il miscuglio di sperma e sangue mestruale: l’allegoria dell’unione di maschile e femminile, Siva e Sakti, principio espansivo e principio condensativo dell’universo. L’eroe tantrico, mediante l’iniziazione, le procedure e la trasformazione del sentiero della conoscenza e dell’azione trascende la dimensione limitata e dualistica degli esseri asserviti (pasu) di questo mondo. Nelle sue pratiche eterodosse riafferma la sua trascendenza e la sua assoluta libertà, che lo rendono signore del tempo e della morte, come la cenere del mercurio, il mercurio ucciso, risuscita e ha il potere di far rivivere gli altri metalli. La cenere (bhasma) è la manifestazione suprema della materia primordiale, lo splendente resto di ciò che è stato consumato, il residuo solido dell’oblazione arsa nel fuoco purificatorio, il Sal della visione tripartita dell’Alchimia occidentale; come tale è l’essenza che si cela e permane inalterata al di là degli accidenti. In ogni caso, è nella cenere che tornerà l’universo, quando tutto sarà ridotto in scoria, e rimarrà soltanto l’oro puro, oltre al serpente cosmico Sesa, che vuol dire residuo, e il cui corpo è fatto di cenere. Da qui, la predilezione dei tantrika per i campi di cremazione, dove nel corso delle estasi indotte dalle austerità o dalle sostanze stupefacenti essi conseguono la visione della danza terribile di Siva e di Kali, l’aspetto distruttivo del femminile.

Il serpente interiore kundalini, che rappresenta il principio solare (che nell’induismo è femminile!) perfora i sei chakra inferiori provocando il riassorbimento, a livello microcosmico, dei cinque elementi sottili (tanmatra), dei cinque grossolani (bhuta), dei potenze sensoriali (jnanendrya) e delle potenze d’azione (karmendrya) cui essi corrispondono. Tutti sono assorbiti e consumati nella mente (manas), la quale, identificata con il sesto chakra, nella fase ultima del processo sarà a sua volta dissolta nella pura coscienza di Siva situata nel chakra a mille petali della volta cranica. Quest’ultima è espressione del principio lunare, maschile, il luogo della luna microcosmica, dove giunge il fuoco delle energie sessuali e somatiche. Il seme dello yogin, il rasa, viene al termine del processo trasformato nell’ambrosia (amrita), nel nettare che sgorga dal loto dai mille petali. L’ascesa di kundalini riconduce anche il suono al suo substrato primordiale e non manifesto, in cui esso è il fattore primo di produzione del creato (eppure gli Indù non conoscevano la teoria delle stringhe…). Questa dinamica costituisce il fondamento del mantra yoga, complemento acustico delle tecniche idraulico-ascetiche dell’hatha yoga. Lo yogin è assorbito sempre più profondamente nello stato di samadhi, valutabile secondo i suoni sempre più sottili che egli ode. L’anahata chakra è detto così dal suono inarticolato (anahata) che ivi si manifesta per una “inversione della risonanza (nada)”, che da esteriore diviene interiore, quando l’articolazione esteriore del mantra lascia il posto alla capacità di udire dei mantra non pronunciati, il suono inarticolato (anahata nada). Questo inizia a riverberare a livello del cuore, e subisce una serie di trasformazioni in successione: mugghio dell’oceano, tuono, suono del timpano, conchiglia, corno, flauto, liuto e infine ronzio d’api. La coscienza dello yogin viene innalzata a livelli sempre più elevati, parallelamente alle trasformazioni sempre più eteree dei suoni, divenendone totalmente assorbita. Essa si fa una sola cosa con il suo oggetto di conoscenza, la coscienza di Siva, substrato di ogni suono e di ogni essenza, si fonde in essa ed in essa è assimilata, assorbita e dissolta.
L’omologia tra hatha yoga, mantra yoga e alchimia è data per scontata nei testi tantrici. Nell’Hathayogapradipika di Svatmarama si afferma che “la mente è come il mercurio, il quale, se fissato (baddham) e privato della sua natura transitoria mediante l’assimilazione (jarana) dello zolfo della vibrazione mantrica (nada), si muove liberamente nell’etere” (citato in White, 1996, p. 315). Lo stesso avviene nell’alchemico Rasaratnasamucchaya di Vagbhatta II, che tratta la fase suprema dell’assimilazione dello zolfo al mercurio (jarana), nella quale un composto mercuriale viene calcinato in un puta (crogiolo), assieme a una quantità di zolfo pari a sei volte la sua massa, nel processo detto “fissazione con seme” (sabija-bandha). Per valutare invece la profondità della realizzazione dell’hatha yoga, il parametro più immediato è la misurazione della fase di kumbaka (ritenzione del respiro), che si accompagna ovviamente a una rigorosa immobilizzazione. Mantenendo un’asana (postura) e trattenendo il respiro per periodi di tempo che sono multipli crescenti di un matra (quattro secondi) e di pala (sei matra, ovvero ventiquattro secondi), si acquiscono poteri inverosimili, fino alla sopravvivenza alla dissoluzione dell’universo e degli stessi dei. Vi è un’analogia tra la capacità di proiezione del mercurio, ovvero di combinarsi a dosi crescenti del substrato (lo zolfo, la mica), e la dilatazione del tempo di ritenzione del respiro, che vuol dire una cosa sola: che l’adepto diviene signore del tempo e della materia, immune dalla malattia, dalla vecchiaia e dalla morte.