mercoledì 30 marzo 2016

AURUM HUNGARICUM IL RE MATHIA DELLA UNGHERIA E IL SEGRETO DELLA ALCHIMIA Mattia Corvino e la pietra filosofale




AURUM HUNGARICUM

IL RE MATHIA DELLA UNGHERIA E IL SEGRETO DELLA ALCHIMIA

Mattia Corvino e la pietra filosofale

Nel Musée Condé di Chantilly è conservato un manoscritto italiano seicente- sco, contenente tre trattati di alchimia: e tra le 48 formule descritte nel primo di essi, si può leggere la descrizione di un procedimento alchemico attribuito al re ungherese Mattia Corvino .
Il gpnde mecenate sarebbe stato in grado, secondo quanto riferito nel codice, di preparare un farmaco miracoloso, grazie al quale una lega con un ventesimo di argento poteva trasformarsi in oro purissimo a 24 carati. Il re ungherese avrebbe dunque coronato il sogno millenario degli alchimisti, avrebbe posseduto cioè il segreto per trasformare i metalli vili in oro.
La "medicina ottima", la pietra filosofale sarebbe stata ottenuta da Mattia sublimando e precipitando per quaranta giorni consecutivi un amalgama ricavato dalla fusione, in complicate fasi successive, di una libbra di mercurio, accurata- mente lavata e purificata, con un'oncia d'oro, a sua volta trattata con una mistura di sali e ridotta in lamine. La sostanza ottenuta, oltre a possedere ottime qualità medicinali, avrebbe consentito al re ungherese di produrre oro a volontà: "con il quale Re' Matthias faceva oro perfettissimo, del quale faceva quei ducati, ch'hanno quella Madonna, et questo oro è alquanto più duro che l'altro, tamen è perfettissimo et di essi n'è sta' fatto el sazo nella cecca di Venetia, et è sta' trovato bonissimo oro" .

Secondo questo manoscritto, dunque, la Zecca di Venezia avrebbe saggiato l'ottima qualità dell'oro prodotto da Mattia con l'"Opus Alchymicum", e l'oro sarebbe stato utilizzato dal re per coniare ducati.
Agli storici risulta effettivamente che Mattia avviò una radicale riforma del sistema monetario, abolendo la prassi del ritiro periodico delle monete in circola- zione, e coniando, a partire dal 1470, nuovi fiorini d'oro con l'immagine della Madonna e la scritta "Patrona Hungarie", e che questi fiorini erano molto diffusi in Europa proprio per la loro eccezionale purezza: il titolo era infatti di 989 mille-
simi. Il punto è che le entrate necessarie all'introduzione del nuovo fiorino d'oro si fanno generalmente derivare dal rigoroso sistema fiscale introdotto da Mattia e dalle ricche miniere d'oro ungheresi, piuttosto che da oscure procedure alchemi- che.
Non è facile però accantonare il problema così facilmente: in altre biblioteche d'Europa infatti troviamo tracce dell'oro misterioso di Mattia Corvino. In un manoscritto della Nationalbibliothek di Vienna l'oro di Mattia è raccomandato come medicinale contro la peste : e nella Staats — und Universitàtsbibliothek di Breslau, nella Universitàtsbibliothek di Gieszen e nella Stadtbibliothek di Lipsia troviamo tre esemplari del Régimén und Lehre wider die schwere Krankheit der Pestilenz del medico Conrad Schwestermiller, dove 4 o 5 fiorini d'oro ungheresi erano raccomandati, fin dal 1484, per la preparazione dell'oro potabile e di un eli- sir contro la peste.
Un altro medico del tempo, Heinrich Steinhöwel, arrivava a consigliare allo stesso scopo l'uso di 40 o 50 fiorini.
Un altro aspetto dell'autorità regale di Mattia Corvino, già tanto celebrata dagli umanisti dell'epoca e dagli storici successivi, emergerebbe dunque da questi documenti: l'oro purissimo ottenuto artificialmente da Mattia con la trasmutazio- ne alchemica dei metalli permetteva anche di produrre una medicina miracolosa.
Per quanto si possa ammirare il grande re magiaro, la nostra mentalità moder- na ci impedisce di riconoscergli tali straordinarie abilità. Ma può essere comun- que interessante approfondire il problema, ed il primo passo per capirne di più sembra proprio il saper considerare nel suo contesto originario un fenomeno cul- turale così complesso come l'alchimia.

Un'interpretazione problematica
Recenti studi, pur muovendo in direzioni diverse, hanno gettato nuova luce sull'argomento, considerando l'arte alchemica come qualcosa di più che una forma primitiva della chimica moderna o una pura superstizione.
L'alchimia è stata per esempio studiata come un'arte sacra, comune a molte civiltà tradizionali: un'arte che era fondata sulla continuità naturale tra uomo e cosmo, ed il cui vero fine non era la fabbricazione dell'oro, ma la rivelazione di una realtà trascendente. Secondo l'interpretazione della moderna psicologia del profondo, essa si rivelerebbe ancora oggi una preziosa miniera di saggezza, rap- presentando la proiezione di contenuti inconsci.
Il problema ovviamente resta aperto, e non è questa la sede per renderne conto in maniera esauriente. Per tentare invece un'interpretazione della ricetta alchimi- stica dell'oro ungherese, ci servirà soltanto di sapere che gli storici distinguono unanimamente la volontà di ottenere la pietra filosofale, per trasformare i metalli vili in oro, espressione di un aspetto più esteriore dell'alchimia, da un'accezione più intima e spirituale del magistero alchemico, che diviene allora l'arte mistica della trasmutazione dell'uomo.
Ma le due forme appaiono così spesso commiste, che è difficile distinguere le cognizioni chimiche dai simbolismi spirituali, e l'interpretazione della letteratura alchimistica è notoriamente problematica, anche per lo sforzo dichiarato dei Maestri ermetici di tenere i profani all'oscuro della loro scienza.
A rendere più complicata l'interpretazione delle ricette alchimistiche del tipo di quella dell'oro di Mattia Corvino, la storia dell'alchimia comprende anche una lunga serie di scritti chiaramente fraudolenti di impostori e ciarlatani.
Gli alchimisti del resto avevano l'abitudine di attribuire le loro nebulose ricette a sapienti famosi, proprio per darsi un po' di autorevolezza, ed è per questo che Louis Karl, pubblicando la ricetta dell'oro di Mattia, l'attribuiva a Galeotto Marzio, il filo- sofo alchimista della corte magiara, mentre l'uso del fiorino ungherese come farma- co contro la peste risalirebbe ad una pozione raccomandata da Gallus, medico del re Ferdinando di Boemia, proveniente comunque da ambienti italiani.
Noi non abbiamo dati che confermino o smentiscano queste attribuzioni, ma possiamo comunque introdurre nuovi elementi, che spieghino perché la ricetta porti il nome di Mattia.
Anzitutto possiamo notare che la leggenda della provenienza alchimistica del fiorino ungherese non è l'unica del genere nella storia dell'alchimia. Edoardo III d'Inghilterra avrebbe utilizzato l'oro alchimistico prodotto da Raimondo Lullo per coniare monete; Cristiano IV di Danimarca si sarebbe servito dell'alchimista Gaspare Harbach per trasmutane metalli vili in oro e coniare i ducati danesi del 1644 e 1646; l'imperatore Ferdinando III d'Asburgo avrebbe fatto coniare con dell'oro ermetico diverse medaglie di straordinaria bellezza e grande valore, così come suo figlio, Leopoldo I. Altre storie di avventurieri e monarchi narrano di torbidi rapporti tra alchimia e numismatica: per esempio quella dell'alchimista Cristiano Guglielmo Krohneman, fatto infine impiccare dal Margravio Giorgio Guglielmo di Bayreuth; quella di Domenico Manuel Caetano, che prima di fare la stessa fine ebbe l'incarico di produrre oro alchimistico da sovrani come Massimiliano Emanuele di Baviera o Federico I di Prussia. Carlo XII di Svezia coniò 147 ducati con l'oro prodotto alchimisticamente da un suo generale. Come pure nel Museo di Versailles sono conservate alcune medaglie coniate dalla Zecca di Lione con l'oro "arte factum" da un contadino-alchimista, ed un accordo degli Stati Generali d'Olanda con l'eminente chimico tedesco J. J. Becher prevedeva la fabbricazione alchimistica di un milione di talleri d'oro all'anno .
Tutto ciò sembra dimostrare anzitutto il credito che aveva l'alchimia pratica presso i sovrani d'Europa. Ma può anche ricordarci che un'antichissima tradizio- ne stabiliva stretti rapporti tra l'alchimista, il fabbro, l'eroe civilizzatore, ed il re guerriero . Che nell'antico Egitto l'alchimia era esercitata sotto il controllo dei re, e che secondo la tradizione erano dediti all'alchimia gli imperatori di Bisanzio Eraclio I e Rodolfo II, come pure il principe omayyade Khalid Ibn Yazid, il governatore dell'Egitto Al-Hakim Bi-Amrillah, il re Giacomo IV di Scozia, men- tre si diceva perfino che le ricchezze lasciate dal Papa Giovanni XXII fossero di origine alchimistica .
L'immagine che l'alchimia lascia di se stessa è infatti quella di una tradizione iniziatica regale, dove il simbolo centrale è quello regale e solare dell'oro. Allora basta pensare al Calvario di Esztergom, dove lo stesso simbolismo celebrava la regalità di Mattia , per non sorprendersi troppo che una ricetta alchimistica porti il suo nome.



Mattia era un alchimista?
In realtà la corte di Mattia Corvino era impregnata di cultura magico-ermetica ed astrologica .
Se rileggiamo il De liberorum educatione dedicato dal Papa umanista Enea Silvio Piccolomini proprio a Ladislao d'Ungheria, vediamo che una cultura erme- tica ed astrologica era considerata fondamentale per un buon principe. Molti papi, imperatori e reggitori di stati di quell'epoca sembrano aver seguito questo consi- glio : e Mattia in particolar modo.
Proprio il già citato Galeotto Marzio ci fa sapere infatti che re Mattia si era "consumato" sulle opere ermetiche di Apuleio: "tenebat praeterea astrologiam et in operibus Apulei Platonici ita detritus, ut eius dogma omnino calleret..." . Non dimentichiamo che VAsclepius attribuito ad Apuleio è tra le più importanti opere ermetiche.
Sempre secondo l'umanista di Narni, il re, indagando il mistero dei rapporti tra anima e corpo, era divenuto un esperto di fisiognomica, ed era capace di giudi- care gli uomini al primo sguardo. Grazie ad una "astrorum cognitio et physiono- miae scientia, quas a doctissimis viris largissime acceperat", Mattia infatti sarebbe stato capace di smascherare qualsiasi adulatore . Il grande re infine sarebbe stato ben consapevole della facoltà dell'anima umana di cambiare la realtà, cioè cono- sceva i fenomeni della "ars magica": Mattia infatti esaltava spesso i poteri dell'immaginazione, a suo dire confermati da "acutissimi philosophi et summi medici", nonché da "plurima experimenta": "Imaginationem vero hoc efficere et acutissimi philosophi et summi medici et plurima experimenta declarant. ...cum animae nostrae, ut Avicenna testatur, vim rerum immutandarum inesse cognosci- mus et ars magica ab huius modi rebus non est omnino aliena, immo hoc verum esse sine aliqua dubitatione confirmat" .
È allora questo il momento di ricordare, sia pure di sfuggita, la fioritura di un neoplatonismo rinascimentale nella corte ungherese, e la presenza a Buda di un'Accademia Platonica in strettissimo contatto con quella fiorentina di Marsilio Ficino : perché è proprio sulla scia di Ficino che si diffuse nell'"entourage" di Mattia l'interesse per l'ermetismo.
Un intenso scambio epistolare rendeva note alla corte ungherese le ultime fati- che di Ficino traduttore e filosofo: la biografia e la traduzione completa delle opere di Platone, la Teologia Platonica, lo scritto sui demoni di Plotino, quello di Sinesio sui sogni, di Porfirio sulla moderazione, la dissertazione di Giamblico sulla teolo- gia degli egiziani e degli assiri, il commento su Teofrasto di Prisciano Lido.
Del resto gli storici non esitano a parlare di una amicizia e simpatia spirituale tra Mattia e Marsilio: il filosofo dedicava al re il III e il IV libro delle sue lettere, e soprattutto il De vita coelitus comparanda, opera astrologica sulle misteriose forze della natura ed i legami tra l'universo vivente ed il destino dell'uomo .
In ogni caso re Mattia doveva essere molto interessato all'ermetismo, se nel dialogo di Brandolino Lippo De humanae vitae conditione, ci è descritto mentre cita Platone ed Ermete Trismegisto:"...neque enim nos ii sumus, qui aut Democrito aut Epicuro aut dissidentium inter se philosophorum turbae assentia- mus, cum et Plato et eo longe antiquior Trismegistus et deum unum atque aeter- num esse, et ab eo factum mundum atque hanc rerum naturam universam produc- tam esse fateatur" . Da alcune lettere di Ficino si può dedurre poi con quale ansia il re attendesse la traduzione della De Aegyptiorum Assyriorumque teleolo- gia di Giamblico .

In effetti, oltre che per le sue glorie militari, Mattia era celebrato dagli umanisti contemporanei per la sua profonda erudizione, che, secondo le parole di Pietro Ransano, era fatta di una "sapientia" partecipe dei profondi misteri divini, e di una "scientia" della natura, dei cieli e delle stelle: "Adeptus quippe tibi es sapientiam, qua virtute divinarum rerum calles notitiam, causasque aliarum rerum altissimum atque supremas persaepe contemplari perfacile potes. Adeptus tibi es et scientiam, qua pro tui ingenii excellentia potes multa tum de coelorum ac syderum, tum de aliarum rerum naturis prompté disserere"  : il re amava infatti circondarsi di teologi, medici, matematici ed astrologi, e non disprezzava maghi e negromanti.
È chiaro allora che la tradizione alchemica doveva essere familiare alla sua corte, e non solo per la presenza di Galeotto Marzio. Del resto l'idea alchimistica della capacità delle sostanze di trasformare se stesse era possibile in una cultura che credesse all'unità della "materia prima" del cosmo: trasformazioni della mate- ria ad opera dell'uomo erano ritenute possibili, proprio perché l'uomo ed i metalli erano considerati entrambi come prodotti della stessa sostanza primordiale.
Proprio da questa credenza in una unità organica del cosmo derivano gli stretti legami tra alchimia e astrologia, secondo il celebre detto della Tavola Smeraldina "il più basso è simile in tutto al più alto": da sempre infatti le generazioni dei metalli sono state poste sotto l'influsso dei sette pianeti.
Non dovrebbe quindi sorprenderci una ricetta alchimistica attribuita a Mattia, visto il grande interesse per l'astrologia documentato alla sua corte.
Il nome del re ungherese ricorre spessissimo nella storia delle dediche di pro- nostici astrologici ai sovrani d'Europa , proprio perché la consapevolezza di una corrispondenza tra micro e macrocosmo era di casa a Buda.
È anzitutto da ricordare la passione per l'astrologia dell'arcivescovo János Vitéz, l'educatore di Mattia: egli era in rapporto con i migliori matematici ed astronomi dell'epoca, e nella sua ricca biblioteca si trovavano opere di geometria, matematica ed astronomia . Mattia, a sua volta, era tanto interessato all'astrologia da essere definito da Galeotto Marzio "rex et astrologus": sull'esempio di Zoroastro e di altri mitici re dell'antichità il re ungherese sapeva compilare gli oroscopi, e predire la pioggia o il bel tempo, l'abbondanza dei raccolti e i momenti propizi . Anche Bonfini racconta che Mattia decideva le sue campagne militari secondo i consigli delle stelle, e nulla faceva senza prima aver consultato l'oroscopo . I Trionfi dei Pianeti e i segni dello Zodiaco erano affrescati nel Palazzo Reale, la cui Biblioteca aveva un osservatorio astronomico, dotato di orologi solari, clessidre, e astrolabi.
Visti anche gli stretti rapporti tra alchimia e astrologia, non sembra dunque da escludere l'ipotesi che re Mattia si interessasse di alchimia: il suo stemma in fondo conteneva i colori fondamentali delle fasi dell'Opera, immancabili in tutte le insegne araldiche influenzate dall'Ermetismo , ed il corvo, il simbolo della "gens Corvina", era anche il simbolo tecnico-alchimistico della nigredo.

L'oro potabile di Marsilio Ficino
Molto probabilmente la ricetta dell'oro miracoloso di re Mattia riprendeva un'antica tradizione, rielaborata nel Rinascimento da Marsilio Ficino.
Abbiamo detto infatti che la trasmutazione era creduta possibile grazie all'idea di uno spirito universale: si credeva così che le potenze dell'anima cosmica potes- sero concentrarsi in un solido, la pietra filosofale, l'elisir capace di operare le miracolose trasmutazioni: questa è la "medicina ottima" di cui parla il manoscrit- to del Musée Condé.
Già Ruggero Bacone aveva parlato di una medicina capace di prolungare la vita, ed Arnaldo di Villanova di una pietra capace di guarire tutte le malattie.
Ma l'idea di un elisir di lunga vita o di un medicinale miracoloso ottenuto con l'oro era giunta in Occidente attraverso l'alchimia araba, sostituendosi all'anti- chissimo mito dell'albero miracoloso o della bevanda d'immortalità.
Schwestermiller del resto, nel raccomandare l'oro ungherese contro la peste, citava Galeno e Avicenna, e un'antichissima tradizione, in Oriente e Occidente, ha sempre indicato nell'oro potabile la possibilità di una divinizzazione . Ancora nel secolo scorso questa tradizione era ricordata da Alessandro Manzoni, che, rie- vocando ne I Promessi Sposi la peste di Milano, riportava che "portavano alcuni attaccata al collo una boccetta con dentro un po' di argento vivo, persuasi che avesse la virtù di assorbire e di ritenere ogni esalazione pestilenziale" .
Chiunque conosca il contenuto del De vita coelitus comparanda dedicato da Ficino a Mattia, non può non pensare a come vi sono descritte le azioni benefiche delle pietre e dei metalli, proprio in virtù della loro origine stellare, e a come il filosofo neoplatonico esaltasse le virtù cosmiche del sole e dell'oro.
Un indizio per ricostruire il legame tra queste idee di Ficino e l'esaltazione del farmaco miracoloso, ottenuto con l'oro alchemico di Mattia, lo troviamo in un manoscritto conservato nella Augsburger Stadt- und Kreisbibliothek. In esso il medico Hans Würcker, citando Avenzoar, raccomandava nel suo trattato sui rime- di contro la peste, del 1450, l'uso dell'oro potabile.
Per noi è interessante leggere gli autori a cui Würcker faceva riferimento: infatti uno di essi era proprio Steinhöwel, il medico che abbiamo già ricordato e che presto avrebbe raccomandato contro la terribile malattia i fiorini d'oro unghe- resi di re Mattia. Ma un altro nome "familiare" contenuto nel trattato è quello di Marsilio Ficino, che appare come il maestro di Würcker. Ed infatti di Marsilio Ficino — "praeceptoris mei" — veniva riportata da Würcker la redazione latina del Consiglio contro la pestilenza . Scopriamo così che il filosofo fiorentino, anche lui citando Galeno e Avenzoar, si prodigava nell'elencare farmaci astrali e rimedi magici contro la peste, confezionati a base di coralli, pietre preziose, erbe rare, oro puro e corni di unicorni.
In realtà, tra tutti i trattati medici dedicati alla pestilenza nell'Europa medievale e rinascimentale, l'opera di Ficino assume il valore di un classico 4°: in essa il filosofo si dichiarava convinto dell'origine astrale della pestilenza e della capacità dell'oro potabile, "l'acqua dorata in che sia spento oro" , di rimuovere il vapore velenoso infiltratosi nel cuore dell'appestato. Infatti il valore terapeutico dei metal- li derivava dalla loro "concordantia" con i corpi celesti, e l'oro, corrispondendo alla perfezione del sole, ne possedeva le benefiche qualità . Ma nel sostenere la sua tesi, il neoplatonico fiorentino non faceva altro che appoggiarsi ad una antica tradizione alchemico-astrologica, richiamando le opere mediche di Raimondo Lullo e della tradizione medica greco-araba: Ippocrate, Galeno, Avicenna, Averroè,
Avenzoar, Rasis, Discoride, Democrito, Mosé Maimonide. È chiaro allora che que- sta vasta tradizione si nasconde dietro l'apparente monotonia della letteratura sulla pestilenza, e dietro le stravaganti ricette sulla preparazione dell'oro alchimistico.
E questo è anche il caso della nostra ricetta dell'"aurum hungaricum", anche perché, andando a rileggere il secondo libro del Trattato di Ficino, dove è descrit- ta la preparazione dell'oro potabile, non possiamo non notare le analogie con la ricetta di re Mattia, che appare dunque in diretta relazione con la ricetta indicata dal filosofo di Firenze, che abbiamo visto, tra l'altro, in così stretta relazione con la corte di Buda. La procedura descritta infatti è molto simile a quella necessa- ria a produrre ì'"aurum hungaricum": l'elemento comune più evidente è l'esalta- zione del ruolo del mercurio, pur all'interno delle nozze alchemiche tra questo e lo zolfo. Infatti secondo una concezione che risaliva ad Arnaldo di Villanova lo zolfo sarebbe stato già insito nel mercurio, e dunque si pensava di poter ottenere l'oro alchemico, partendo soltanto dal mercurio, sebbene fosse necessaria la pre- senza di una sia pur piccola quantità del metallo prezioso come "catalizzatore", per avviare l'Opera.

L'elisir, speranza della lunga vita
La ricetta dell'oro ungherese sembra essere così espressione tarda di una anti- ca tradizione, che era la stessa rielaborata nel Rinascimento da Marsilio Ficino.
Le dosi che vi sono consigliate rispettano infatti le classiche proporzioni richieste per la preparazione degli elisir: 12 parti di liquido ed una d'oro (una lib- bra di mercurio ed un'oncia d'oro). Ugualmente riconoscibili sono le operazioni raccomandate per fabbricare l'oro alchimistico: dopo la purificazione del materia- le di partenza, calcinazione dell'oro e lavaggio del mercurio, l'acqua mercuriale veniva amalgamata con l'oro, aggiunto a più riprese, in modo che il mercurio venisse "ucciso" dall'oro purificato. Infatti attraverso il fuoco, salvifico e perico- loso agente di purificazione e trasmutazione, gli ingredienti venivano prima dis- solti e poi coagulati di nuovo, ridotti cioè alla preziosa sostanza soggiacente, l'indifferenziata e libera "materia prima", e da essa si ricavava poi l'elisir.
L'analogia tra il parto e la fabbricazione della Pietra Filosofale era riproposta attraverso il simbolismo embrionale del "corio", del "corizziolo", del fornello, o del vaso, tutte immagini di un grembo artificiale: equivalente del parto era la rot- tura del vaso.
Infatti dopo 40 giorni, immagine del mistero di una lunga e faticosa gestazione, che si concludeva con la definitiva fissazione del mercurio, veniva finalmente ottenuta la Pietra Filosofale, capace di trasformare i metalli vili in oro, e di preser- vare il corpo umano dalla corruzione. La dedizione ed il sacrificio dell'alchimista, in questo caso, secondo il manoscritto, di Mattia, venivano così premiate dalla produzione dell'elisir, chiave di trasformazione di mondo interiore ed esteriore.
Ma che significato possiamo dare a questa "Pietra Filosofale" ottenuta da Mattia? Se dovessimo ascoltare i consigli di molti alchimisti e le intuizioni di emi- nenti studiosi, dovremmo cercare le verità nascoste dietro simboli e metafore , e così distinguere dall'oro volgare l'oro dei filosofi: che è quello che esprime la per- fezione e la totalità dell'uomo originale, libero riflesso dello spirito divino.
In questo caso l'immagine della Madonna sul fiorino ungherese potrebbe esse- re immagine della pura materia ricettiva: colei che, trasformata dal saluto dell'Angelo in specchio del Verbo divino, porta all'umanità la vera pietra filosofa- le, Gesù Cristo.
Ma se non vogliamo riconoscere un significato spirituale, contenuto nella chi- mica pratica di questa ricetta, problema principe dell'interpretazione della lettera- tura di questo genere, come accennavamo all'inizio, l'oro alchimistico di Mattia potrebbe anche riferirsi semplicemente all'opera di un falsario , ed in tal caso sarebbe esagerato intrawedervi una qualche allusione soteriologica.
Così non è obbligatorio iscrivere il nome di Mattia Corvino accanto a quelli di Noé, Mosé e Salomone. Ci basterà soltanto riconoscere che la sua cultura, per quanto lontana dalla nostra, non escludeva la possibilità di una relazione tra micro e macrocosmo, e quindi di un influsso delle forze dell'anima sul mondo esterno. E che nella ricetta alchimistica dell'oro ungherese è in ogni caso da riconoscere una residua presenza di quell'antichissima tradizione medico-astrologica, mediata da Ficino, che dava valore terapeutico ad oro, coralli e perle, perché generate dagli influssi astrali.
L'idea di un elisir di lunga vita esprimeva del resto un vecchio sogno di rige- nerazione e vittoria sul tempo . Il neoplatonico fiorentino, dedicando a Mattia il De vita coelitus comparanda, auspicava che la conoscenza dei legami cosmici e degli influssi astrali prolungasse la vita al grande re, come era riuscito a Pitagora,
Democrito, Apollonio di Tiana. Ciò non accadde, perché Mattia Corvino morì nel 1490, ed uno dei luoghi comuni della storiografia sul re magiaro è divenuto proprio il comparare le grandi aspettative dell'epoca, nutrite di inni umanistici ed oroscopi favorevoli, con questa morte improvvisa, che doveva pesare per secoli sulla storia ungherese.
Ma "eterna la speranza fiorisce nel cuore dell'uomo" , e così una mano ano- nima ricordava, più di un secolo dopo, che il re ungherese era riuscito in ogni caso a realizzare la grande Opera, fabbricando l'elisir e arrivando a coniare monete con l'oro alchimistico: per di più diversi medici del tempo dichiaravano queste monete in grado di guarire dalla peste.
Non meravigliamoci troppo della tenacia di questa credenza, visto che la storia conosce molte di tali ostinazioni. Se qualcuno poi volesse chiedersi perché proprio un re ungherese avrebbe trovato la Pietra Filosofale, potremmo sempre ricordare che, proprio parlando delle possibilità degli alchimisti di realizzare i loro propositi, ü celebre cardinal Cusano, nel suo Idiotae de staticis experimentis dia- lógus, citava esattamente l'Ungheria, dove si sarebbe trovata a suo dire un'acqua particolare, capace di operare straordinarie trasformazioni.