lunedì 13 giugno 2016

LA SAGGEZZA ANTICA E LA PERCEZIONE DEL PRANA: OVVERO FISICA E METAFISICA DELL’ANIMA



La Saggezza antica e la percezione del PRANA



LA SAGGEZZA ANTICA E LA PERCEZIONE DEL PRANA:
OVVERO FISICA E METAFISICA DELL’ANIMA


Per quanto possa sembrare ‘esoterica’ e ‘misteriosa’, la percezione del prana, in realtà, già fa parte del nostro vissuto quotidiano; il problema della sua chiara percettibilità sussiste solamente perché, in genere, siamo poco attenti al nostro ‘spazio interiore’: questo è il motivo per cui il flusso di quella energia rimane ad un livello inferiore ( anche se , come si vedrà ‘di poco’) alla soglia della nostra ordinaria coscienza di veglia.
Il prana in realtà è dappertutto, è il Corpo Vivente dell’Universo.
Il prana è energia e tutto nell’Universo è energia, persino la Materia.
L’uomo lo assimila col cibo e con la respirazione a livello somatico, con le emozioni ( fatte di energie più sottili) a livello di vita affettiva, con i pensieri a livello di attività intellettuale, con le forze ispiratrici a livello spirituale.
Giacché esistono diversi livelli e modalità cioè diverse ‘qualità’del prana noi ci nutriamo di esso secondo i diversi livelli della nostra struttura ontologica.
A livello fisiologico, cioè a quel livello che più è prossimo alla nostra esperienza ordinaria, la percezione è naturalmente più facile e tra tutti diffusa, ed è per questo che le nostre successive osservazioni si riferiranno per lo più a quell’ambito.
Il sonno, ad esempio, è il meccanismo naturale con cui la Natura ci ricarica di quella energia in virtù proprio del rilassamento muscolare, emotivo e mentale che esso induce. La ‘cura del sonno’ è la più efficace per rimuovere tutti gli ostacoli somatici e psichici alla nostra salute che si accumulano nell’arco della nostra esistenza. Tale terapia è considerata oggi così efficace che s‘induce il sonno nei malati con strumenti farmacologici per prolungarne la durata. Se ci sappiamo rilassare il sonno diventa riparatore, restauratore poiché, appunto, le energie si recuperano ed armonizzano spontaneamente.
Se siamo indotti al sonno quando siamo carenti d’energia, per contro, quando ne siamo carichi, saturi, possiamo sentirci pieni d’entusiasmo, vogliosi/spinti/indotti a dedicarci a qualche piacevole attività (oppure, considerando il ciclo veglia-sonno, semplicemente non riusciamo ad addormentarci…).
In realtà l’energia, per sua stessa natura, tende a esteriorizzarsi e induce gioia e piacere in colui che l’asseconda.
Se canalizziamo l’energia della nostra anima e la rendiamo ‘espressiva’, la esteriorizziamo il nostro tono umorale s‘innalza, possiamo persino provare la ‘pura gioia di vivere’, cioè una felice condizione dello spirito che può essere anche ‘oggettivamente’ immotivata. Condizione questa poco frequente e forse per molti persino poco comprensibile, visto che se si è felici, in genere, lo si è per qualcosa; non appartiene ordinariamente alla nostra esistenza una gioia connessa al fatto del puro esistere. E’ questa una condizione ideale, divina: non a caso l’Essere Supremo in India è chiamato Saccidananda , cioè l’Essere in cui l’Esistenza (Sat), la Coscienza (Chit) e la Beatitudine (Ananda) coincidono.
L’energia si avverte più nettamente quando si pratica il digiuno, ciò sembra accadere per una sorta di meccanismo di compensazione per il quale assumendo meno cibo, l’organismo cerca di acquisirne di più per via sottile. E’ ben nota la percezione di un positivo flusso di forze nell’intero organismo quando, rompendo un digiuno, assumiamo del cibo; si noti come, quando ciò avviene – significativamente- proprio in quel preciso momento, si modifica il respiro che diventa più ‘vivo’, intenso e piacevole.
L’energia si percepisce purtroppo, anche in quelle circostanze negative in cui siamo vittime di un collasso, stiamo per svenire, sentiamo che le ‘forze’ vengono meno’: in tali momenti il corpo cerca di aumentare la quantità d’energia repentinamente attraverso una modifica del ritmo respiratorio.
La percepiamo come brivido (l’origine del termine è onomatopeica…) quando proviamo una intensa emozione (paura, piacere estetico, sentimento amoroso etc.). Esso spesso scorre lungo la schiena (il che ha un preciso significato esoterico) e si diffonde attraverso le braccia ( di cui è proverbiale la conseguenza del far rizzare i peli) e le mani.
L’energia cresce, si accumula nel corpo con il riposo, la solitudine, la limitazione dell’attività fisica, il contatto con la natura: è il prana che hanno cercato gli eremiti di tutti i tempi per indurne l’estasi.
Tuttavia essi spesso hanno incrementato quella energia senza essere sostenuti e guidati da una chiara razionalità, da un costante autocontrollo e da alte motivazioni morali. Per questo hanno molte volte manifestato forme di fanatismo ascetico (attraverso le quali hanno cercato- più o meno consciamente- di percepire più distintamente quella forza transfisica) e sono caduti in forme di visionarismo allucinatorio.

Il prana è l’effluvio, che tradizionalmente i chiaroveggenti, anche qui di tutte le culture, dicono di veder uscire dai corpi degli esseri viventi come alone luminoso (l’aura del corpo astrale).
E’ il ‘magnetismo animale’, il fluido con cui il celebre medico austriaco Mesmer (1734-1815) sosteneva di poter guarire molte malattie e induceva l’ipnosi: quest’ultima poi, confinata nella ‘magia nera’ per lungo tempo, è stata invece fondamentale nella nascita della psicanalisi freudiana, costruita com’è noto sulle ricerche in quel campo di Charcot e Breuer.

L’energia – anche qui la tradizione è concorde- tende ad uscire dalle estremità; uscendo dalle mani è stata utilizzata sin dalla più remota antichità per guarire (pranoterapia). Il gesto dell’imporre le mani sulla parte malata e dolorante ( l’atto taumaturgico più consueto presso tutti i popoli) è così istintivo che ciascuno di noi lo esegue ‘automaticamente’ senza percepirne l’intima ragione; spesso poi esprimiamo il nostro affetto con una carezza anche in questo caso non solo per ‘mostrare’ il sentimento ma anche per veicolarlo, per trasmetterlo come energia.

Il prana esce anche dagli occhi che per questo sono indicati come ‘lo specchio dell’anima’, rivelatori della nostra energia-coscienza. Anche quest’altra modalità fenomenologia dell’energia è ‘fissata’ e ‘codificata’ nella lingua di tutti i popoli.

La medicina orientale è stata, in effetti, da sempre fondata sul presupposto che le malattie somatiche sono ‘conseguenze’ (più propriamente si dovrebbe dire ‘il precipitato’) di squilibri energetici presenti nel corpo sottile.
In quest’ottica ‘olistica’ si spiega,ad esempio, l’agopuntura cinese secondo cui l’energia (qi) ha due polarità (yin e yang) che, se ben equilibrate, determinano la salute fisica. A tal fine però è necessario che il qi circoli correttamente nell’organismo attraverso delle ‘linee di forza’ che vengono definite i ‘meridiani’,Ching, ( le nadi del corpo sottile nella tradizione induista). Il qi scorre essenzialmente attraverso 14 meridiani principali a cui la medicina classica faceva corrispondere 365 punti di agopuntura sulla superficie del corpo; la stimolazione di tali punti attraverso la penetrazione di alcuni aghi si ritiene che favorisca il fisiologico accumularsi e scorrere del fluido vitale.
Anche i massaggi sono stati usati in Oriente, sin dalla più remota antichità per la regolazione del flusso d’energia: si pensi allo shiatsu ( che letteralmente significa : ‘pressione delle dita’), una delle arti terapeutiche tradizionali giapponesi, il cui dichiarato scopo è di equilibrare il flusso energetico individuale (in giapponese ki ) e dare vigore agli organi vitali per mantenere benessere e vitalità. Anche nello shiatsu la malattia nasce da uno squilibrio interno e sottile delle energie, sia quando sono in difetto (kyo) sia quando sono in eccesso (jitsu).

Altro concetto tradizionale è che il sangue sia veicolo del prana ( ciò ha indotto alcune tradizioni anche religiose a prendere alla lettera il motto secondo cui ‘l’anima è nel sangue’). In effetti c’è una qualche connessione tra energia vitale, emozioni e sangue: la si può sperimentare quando arrossiamo per vergogna, timidezza, senso di colpa, oppure quando il sangue ci ‘sale alla testa’ per la rabbia o si accelera il battito cardiaco per un forte moto affettivo. Uno stress psichico prolungato può far alzare la pressione arteriosa…A volte il moto sanguigno sembra quasi arrestarsi come quando per la paura impallidiamo. In tutti questi casi, come in altri, è evidente la connessione tra gli stati d’animo e quella parte di energia emozionale che si veicola col sangue nel nostro organismo. Nel nostro comune linguaggio, in effetti, il controllo delle emozioni è possibile solo se si sa mantenere abitualmente ‘il sangue freddo’, e quando ci si ‘gela il sangue nelle vene’ è segno che siamo sbigottiti per lo spavento; quando non abbiamo buoni rapporti con qualcuno diciamo che ‘non corre buon sangue’; quando proviamo sdegno sentiamo ‘rimescolarsi il sangue nelle vene’

Altra prova di una antica percezione del prana è data dall’iconografia sia orientale che occidentale. Esso è rappresentato in genere da una aureola (piccola aura-aria) che contorna il capo dell’illuminato, del saggio, del santo. Il termine viene dal tardo latino aureola(m) riferito al sottinteso sostantivo corona(m) e stava quindi ad indicare una corona d’oro, un cerchio splendente posto intorno al capo. Una funzione analoga aveva il termine nimbum con cui s’ indicava appunto quella nube luminosa (nimbo/nembo) che veniva collocata attorno alla testa di un dio o di un santo. A volte quell’energia spirituale viene rappresentata nell’iconografia da una più grande aura, correlata a figure di una maggiore dignità di cui avvolge completamente il corpo ( nel mondo cristiano, ad esempio, diventa la mandorla mistica di Gesù o della Madonna).
Il termine aura (soffio, respiro) del resto lo usiamo spesso nel linguaggio comune proprio per indicare un’ atmosfera ‘psichica’ ( quando, ad esempio, diciamo che in un ambiente c’è, si respira un’ aura di pace) o quando ci riferiamo ad un’atmosfera suggestiva che emana da un’opera d’arte.

Ma soprattutto l’energia compenetra e vivifica la Natura intera: gli artisti hanno sempre trovato nella ‘percezione sottile’ di essa, considerata come ‘realtà vivente’, una fonte costante d’ispirazione; ed è lo stesso tipo di percezione sottile dei luoghi naturali che orientava gli antichi a vedere dovunque la presenza di dei, le cui forme variavano col variare dei riferimenti simbolici delle varie culture ( si pensi alla diffusione universale dell’animismo, alle dottrine panpsichiste o ilozoiste della stessa filosofia presocratica, di quella platonica e neoplatonica, alle tradizioni ermetiche, alchemiche etc.).

Nella pratica dello sviluppo della percezione sottile percepire l’energia significa comprendere/sentire quando essa è in eccesso (per cui bisogna scaricarla) e quando è in difetto ( per cui bisogna accumularla). Uno degli effetti dell’esercizio della consapevolezza del respiro è quello appunto di sviluppare una diversa percezione di se stessi: ci si sente sempre più come energia, come un centro di energia. Tale realizzazione consente di avvertire distintamente e precocemente, ad esempio, un incipiente strutturarsi nel corpo di uno stato di nervosismo avvertito come un eccesso di energia accumulata, energia che tenderà naturalmente a scaricarsi, come, ad esempio, con il movimento costante delle gambe o delle mani: si pensi agli atleti che istintivamente prima della gara scuotono mani e piedi per mantenere ad un giusto livello l’energia nervosa che li predispone alla prova. Lo stato di nervosismo si traduce com’è noto, in una condizione d’irritabilità che può indurre facilmente ad esplosioni ‘energetiche’ di rabbia, rancore, risentimento, aggressività etc. Al contrario -e simmetricamente- una condizione di esaurimento nervoso (legata quasi sempre ad un affaticamento troppo protratto) indica la necessità di reintegrare l’energia attraverso, ad esempio, una condizione di riposo prolungato o una migliore nutrizione.

Lo stesso stress (termine che in inglese indica propriamente lo ‘sforzo’, la ‘spinta’) non è altro che una reazione nervosa ad una serie d’impulsi i quali determinano uno stato di tensione che si può cronicizzare sino a diventare patologico, o quantomeno predisponente alle più varie patologie. Ciò accade proprio perché esso va ad alterare l’equilibrio della bioenergia fondato sulla fisiologica alternanza di uno stato di tensione con uno opposto di distensione.

Che anche la depressione sia un fenomeno che, pur se riconducibile alle più diverse cause, si manifesta comunque in termini energetici fisici e psichici lo si capisce dal fatto che essa è nello stesso linguaggio comune sinonimo di ‘poca energia’ e dunque prostrazione, avvilimento, abbattimento.

E’ comunque difficile iniziare la seduta di meditazione con un sovraccarico di energia nel corpo, giacché il suo eccesso causa una condizione di fastidioso nervosismo che rende difficilmente sopportabile la condizione di immobilità che di per sé tende proprio ad accumulare energia.
L’ideale sarebbe sublimare tale energia in eccesso sul piano organico orientandola verso i chakra superiori per trasformarla in forza spirituale capace di determinare stati illuminativi (è questa in effetti la vera funzione della meditazione! ) ma è un’arte difficile che si apprende progressivamente.
Agli inizi della pratica sarà pertanto necessario seguire la via più facile dello scaricare prima della seduta meditativa vera e propria l’energia in eccesso attraverso un’attività fisica appropriata.



LA FISIOLOGIA DEL CORPO SOTTILE
NELLA TRADIZIONE INDUISTA


Nella tradizione induista la circolazione del prana nell’organismo umano avviene attraverso una fitta rete di canali, le nadi ( in sanscrito il termine significa: vene) la cui funzione è quella di convogliare l’energia vitale servendosi di alcuni centri sottili noti come chakra (ruote) o padmas (loti).
Tre nadi sono considerate le principali in quanto governano l’intera circolazione pranica nei processi corporei e nelle funzioni pichiche: Sushumna, Ida e Pingala.
Sushumna è la nadi che corre esattamente al centro della colonna vertebrale ed è in collegamento col sistema nervoso cerebrospinale, ha la sua base nel Muladhara chakra ( la cui corrispondenza somatica è il plesso sacro-coccigeo).
Ida scorre lungo la parte sinistra del corpo, sorge anch’essa dal Muladhara e attraverso un percorso sinuoso (serpentiforme) giunge alla radice della narice destra.
Simmetricamente procede Pingala sul lato destro.
Si noti che lo schema delle tre nadi riproduce esattamente quello del Caduceo di Ermete, con le due serpi intrecciate attorno alla verga ‘alata’, simbolo ancora oggi dell’arte medica: il caduceo ( latino: caduceum) prende nome dal greco kerykeion, giacché era simbolo dei messaggeri e Mercurio era considerato, come messaggero(kèryx) degli dei, capace di collegare la Terra al Cielo ( Ermete era indicato come psicopompo, cioè conduttore delle anime dei morti nell’al di là; le ali del caduceo significavano esotericamente la necessità che l’energia dell’anima s’innalzasse al momento della morte attraverso il percorso costituito dall’asse cerebro-spinale, ascendendo così ai più elevati reami spirituali oltremondani).).
Ma ritorniamo all’India: alcuni studiosi ritengono che si possano stabilire delle corrispondenze ben precise tra i sette chakra e taluni organi del corpo e in particolare le ghiandole, senza con questo dimenticare che costituiscono la base energetica di tutte le funzioni psichiche. Si tenga inoltre presente che l’evoluzione della coscienza umana avviene mano a mano che l’energia si sposta stabilmente verso i chakra superiori, meta a cui aspira ogni forma di meditazione. I centri sono:

Muladhara è quello che si colloca più in basso, tradizionalmente si considera la sede della volontà di vivere, corrisponde, come s’è detto, al plesso sacrale e alle ghiandole surrenali che sollecitano il corpo ad agire. E’ la sede della Kundalini, l’energia basale (rappresentata come un serpente attorcigliato, pronto a destarsi) che si trova allo stato potenziale in tutti gli esseri umani, capace di ascendere sino al ‘loto dai mille petali’ situato sopra la testa e indurre così l’esperienza della Trascendenza (simboleggiata dal dio Shiva). Kundalini indica la Potenza divina dell’ Immanenza (la si raffigura come la dea Shakti) nascosta nella materia, è l’Energia della Natura. Nel nostro corpo giace, lì dove c’è quell’osso (formato dall’insieme delle vertebre terminali della colonna vertebrale) che , significativamente ancora oggi chiamiamo ‘sacro’( è l’os sacrum dei latini, ma i greci lo chiamavano allo stesso modo: hieròn ostéon)
Swadishthana, collocato poco più in alto, corrisponde al plesso prostatico e alle gonadi, che governano l’attività sessuale.
Manipura corrisponde al plesso solare e al pancreas che controlla lo zucchero nel sangue, cioè il carburante dell’organismo.
Anahata, corrisponde al plesso cardiaco e al timo, una ghiandola che si atrofizza nel corso dell’infanzia e che ha un ruolo essenziale per il sistema immunitario.
Vishudda corrisponde al plesso faringeo e alla tiroide, che regola il ritmo metabolico dell’organismo.
Ajna, indicato spesso come ‘il terzo occhio’, corrisponde al plesso cavernoso e all’ipofisi, la ghiandola più importante dell’organismo, che controlla l’attività di tutte le altre ghiandole endocrine.
Sahasrara, sede del più alto livello di consapevolezza, corrisponde all’epifisi, una ghiandola dal comportamento ancora misterioso, che sembra controlli sonno e risveglio; secondo alcuni studiosi è da collocare invece più esattamente sopra la fontànula (la cosiddetta ‘fontanella di Brahma’).
Ad ogni chakra è inoltre associato un elemento, un colore, un suono (mantra), un diagramma (mandala), un animale e una coppia divina (aspetto bipolare dell’energia).
Prana è termine che si usa per indicare genericamente il principio di vita ma poiché questa si manifesta attraverso diverse funzioni organiche ( ognuna è indicata col termine vayu= soffio) la tradizione indiana ha usato per ciascuna di esse un termine specifico: per la principale, quella dell’ingerire e dell’assimilare, ha usato però lo stesso termine prana con cui si correla anche il principio psichico della simpatia e dell’attrazione. Esempi della incorporazione e della ingestione sono l’inspiro, il mangiare, il bere, l’assimilazione cutanea.
Apana è invece il termine con cui s’indica l’espiro e la funzione vitale della eiezione, della espulsione; ad apana si associa e corrisponde psichicamente la repulsione e l’avversione. Essa svolge la funzione di eliminare tutto ciò che nell’organismo fisico (o psichico…) non è accettato, non è assimilato; pertanto è l’energia che guida l’organismo nei processi di espulsione come la minzione, la defecazione, la traspirazione, il vomito, la secrezione nasale, la inseminazione, il parto.
Si potrebbero ricondurre tutte le funzioni vitali a prana e apana ma spesso i testi indicano delle funzioni più specifiche con altri tre termini ( sono altri tre vayu ): con samana ci i riferisce alla funzione dell’assimilazione organica, con vyana ci i riferisce alla funzione della distribuzione delle sostanze dopo che sono state ingerite e non espulse; con udana ci si riferisce a tutte le funzioni con cui si può espellere l’aria, quali il parlare, il cantare, il gridare.
Le funzioni vitali vengono connese a cinque centri sottili specifici: al chakra della gola viene riferita udana, a quello cardiaco prana, a quello dell’ombelico samana, all’ano apana e a tutto il corpo vyana.
Uno dei maggiori studiosi delle tradizioni induiste, sir John Woodrooffe (noto con lo pseudonimo di Arthur Avalon), ha così sintetizzato la valenza metafisica e metaindividuale del prana: “ Vi è un prana individuale e un prana cosmico. Il secondo è il Brahman quale prana…Il prana individuale è limitato al particolare corpo che da esso è animato ed è una manifestazione, in tutte le creature che respirano, chiamate prani, dell’attività datrice di vita del Brahman. Il prana cosmico che pervade ed anima tutti gli esseri che respirano è il Brahman come insieme di tutti i prana individuali. Il respiro è una manifestazione microcosmica del ritmo macrocosmico secondo il quale l’intero universo appare, si muove e scompare. E viene detto che la vita di Brahma ( da distinguere dal Brahman), che è la coscienza creativa di ogni universo, ha la durata di un espiro del Signore quale tempo (kala). Al suo ispirare, tutti mondi vengono ritirati, cioè vengono riassorbiti nel loro principio”.